Quote rosa, Mirti: ''Voglio una donna nella giunta di Assisi''

Paolo Mirti 5' di lettura 12/07/2012 - Ho sempre riconosciuto al Sindaco Ricci, nonostante le nostre diverse idee politiche, una certa sensibilità culturale ed un suo decoro istituzionale. Ed è proprio in nome di queste sue caratteristiche che lo invito calorosamente a riconsiderare la composizione della sua Giunta inserendovi una donna, così come gli chiede il TAR e, soprattutto, così come invocato da gran parte dell’opinione pubblica nazionale.

Premetto che non condivido affatto il tono ed il contenuto dell’articolo del Fatto quotidiano che, oltre a contenere accuse gratuite verso il primo cittadino, sposta l’attenzione dalla questione politica seria della quale si discute che è e resta: la decisione del Sindaco di procedere nuovamente alla nomina della sua giunta interamente al maschile, in palese contrato con la sentenza del T.A.R e. con un articolo dello Statuto Comunale.
Perseverare nella volontà di non chiamare donne nella propria squadra di Giunta rappresenta, dal mio punto di vista, uno strappo grave a quel sistema di regole e valori che devono presiedere all’azione istituzionale di un Sindaco. Perché non è vero (e questa è la prima obiezione che avanzo) che un amministratore debba essere chiamato a rispondere solo delle concrete misure che adotta. Un Sindaco ed un’Amministrazione Comunale rispondono anche e soprattutto per quei valori sottesi ai singoli provvedimenti amministrativi emanati.

Ed allora quali sono i valori o disvalori che questa ostinazione nel non volere donne nella propria squadra di Giunta ( forse per non alterare i consolidati rapporti di forza all’interno dei partiti si maggioranza) potrebbe veicolare?
Innanzitutto una concezione un po’ disinvolta del precetto normativo, in ossequio al vecchio adagio secondo il quale la legge si applica solo nei confronti dei nemici mentre per gli amici si interpreta.

Sostiene il Sindaco: è vero che lo Statuto comunale dice che la Giunta debba prevedere al proprio interno almeno una donna ma è altrettanto vero che il testo aggiunge l’inciso di norma e quindi si può motivatamente (come ha osservato lo stesso T.A.R.) anche decidere il contrario, esattamente come ha fatto l’Amministrazione Comunale di Assisi.
Francamente un simile ragionamento non mi convince nemmeno un po’. Intanto perché non capisco il motivo per il quale in una battaglia di civiltà culturale come questa che ha a che fare con il sacrosanto diritto delle donne di accedere in condizioni di parità alle cariche istituzionali, Assisi debba rappresentare l’eccezione e non la norma.
E poi perché sono le motivazioni addotte ad apparire incongrue ed irragionevoli. Cosa vuol dire che tra tutte le donne valutate come potenziali assessori, non ce n’era nessuna che assicurasse un’immediata operatività e qualità all’azione amministrativa? Suvvia, davvero dobbiamo credere che nell’universo femminile locale inserito o no nelle liste elettorali (ricordiamo che gli assessori possono essere anche esterni al Consiglio Comunale) popolato com’è di energie, saperi e competenze, non ci sia nemmeno un soggetto idoneo a ricoprire con efficacia l’incarico di assessore?
Ed, ancora, cosa vuol dire che le donne non sono state chiamate in Giunta perché non hanno ottenuto un numero di voti sufficiente? Sarà bene ricordare infatti che il numero dei voti ricevuti, a differenza di quanto sostenuto in questi anni da una retorica populista che tanti danni ha arrecato al tessuto culturale dell’Italia, non può essere un dato sufficiente a cancellare i valori ed i principi consacrati nello Statuto Comunale.

Per non parlare poi dell’altro argomento sbandierato dal Sindaco a sostegno del proprio operato: “è vero non c’è un’assessora ma in compenso abbiamo un Presidente del Consiglio donna”.
Non occorre essere esperti di diritto amministrativo per contestare un simile paragone che è un po’ come mettere insieme le mele con le pere, visto il differente peso e le diverse attribuzioni dei due organi istituzionali e considerando che un assessore, ricevendo dal sindaco una delega su un intero settore amministrativo, può operare in maniera ben più incisiva nel governo della città rispetto a quanto possa fare un Presidente del Consiglio Comunale.

Ma c’è un’altra visione culturale, ben più pericolosa, che qualcuno potrebbe scorgere nel provvedimento contestato. Nelle parole di Ricci che ricorda come tutto il suo staff, dal capo segreteria alla responsabile del cerimoniale, sia composto da donne (effettivamente tutte dipendenti di sicura affidabilità e valore) avverto come l’eco di una stagione che pensavamo tramontata per sempre.
L’epoca nella quale si assegnavano alle donne funzioni di angelo del focolare e dell’ufficio, senza però riconoscere loro compiti di decisione ed incarichi di vertice perché per quelli, e che diamine, c’erano i maschietti.
Ed invece no, per fortuna ogni giorno le donne, pur tra mille difficoltà e con una legislazione ancora inadeguata, si affermano nel campo del lavoro e delle professioni.

Per questo, come nella famosa scena dell’Amarcord di Fellini, mi viene voglia di salire su un albero e gridare che voglio una donna.
Sì, voglio una donna nell’esecutivo di Assisi.
Perché le donne sono normalmente più colte e preparate degli uomini, perché da sempre sono abituate a prendersi cura degli altri e perchè, in questo particolare momento storico, le donne sono, capaci di portare nell’acqua stagnante della politica nostrana idee nuove ed energie preziose.
Per questo voglio una donna nella Giunta della mia città.
Perché è giusto ancor prima che legittimo e, soprattutto, perché la qualità del governo della comunità locale sarebbe senz’altro migliore.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 12-07-2012 alle 02:47 sul giornale del 12 luglio 2012 - 812 letture

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